Lunedì 10 Dicembre 2018

Il volatile malato si mostra sonnolento e con il piumaggio arruffato; spesso coesistono sintomi neurologici come barcollamenti, torcicollo e difficoltà a stazionare sul posatoio. Se la malattia colpisce le femmine in deposizione si può avere ritenzione delle uova con morte frequente delle femmine sul nido. I novelli appena svezzati e fino alla prima muta sono i più vulnerabili per il loro sistema immunitario ancora non completamente sviluppato e perché lo stress della muta abbassa ulteriormente le difese immunitarie. Ogni evento stressante, tuttavia, può attivare un’infezione coccidica latente e trasformarla in coccidiosi clinicamente manifesta. La maggiore virulenza dei coccidi del genere Atoxoplasma amplia la recettività all’infezione per cui non è insolito che vengano colpiti anche soggetti adulti, specie se si trovano nelle condizioni di “stress fisiologico” del periodo riproduttivo. L’Atoxoplasmosi è particolarmente frequente nel Cardellino ed in altri carduelidi europei e sudamericani (Lucherino testa nera, Negrito della Bolivia, ecc.).

La diagnosi della coccidiosi.

I sintomi clinici possono dare un’indicazione di massima, ma da soli non bastano alla diagnosi di certezza. Un semplice esame parassitologico delle feci, meglio se previo arricchimento, permette di rilevare, all’osservazione microscopica (100 ingrandimenti sono sufficienti) la presenza delle oocisti coccidiche nelle feci indicanti, quindi, che l’animale è infetto. Occorre prelevare le feci deposte nell’intera giornata dal momento che in molte specie l’eliminazione delle oocisti con le feci non è continua, ma avviene in determinati orari del giorno, generalmente in tarda mattinata o nel primo pomeriggio. La presenza delle oocisti indica, tuttavia, che l’animale è “infetto”, ma non necessariamente “malato” dal momento che non è infrequente osservare uccelli portatori sani di coccidi. Tali animali, tuttavia, disseminano i coccidi nell’ambiente e possono contagiare altri volatili, più sensibili, della stessa specie. Nei casi di Atoxoplasmosi si osservano tipiche lesioni al fegato ed alla milza ed un vetrino ad impronta da una sezione di tali organi permette (all’esame microscopico previa idonea colorazione) di rilevare le inclusioni parassitarie nel citoplasma dei linfociti e dei macrofagi.

Terapia della coccidiosi.

I farmaci che rispondono meglio al trattamento delle coccidiosi sono, al momento, il Toltrazuril (Baycox) e la Sulfaclorpiridazina. E’ preferibile somministrare tali farmaci (in ragione di 250-300 mg/litro d’acqua da bere) in due cicli di 5 giorni intervallati da due di riposo. Nei casi di Atoxoplasmosi è possibile utilizzare gli stessi farmaci tenendo presente che l’infezione è più resistente a tali prodotti per cui possono rendersi necessari più di due cicli di trattamento. E’ consigliabile, durante l’esecuzione dei trattamenti anticoccidici, provvedere alla pulizia quotidiana del fondo della gabbia e della relativa griglia, in modo da evitare che le oocisti eliminate con le feci possano sporulare e causare, quindi, reinfezioni.

Principio di coccidiosi

I farmaci a base di sulfamidici, furanici e tetracicline, utilizzati sovente nella coccidiosi del pollo, vengono spesso impiegati dagli allevatori anche in virtù della facile reperibilità nelle uccellerie e possono essere di qualche utilità nel trattamento di blande coccidiosi intestinali del Canarino. Non sono, tuttavia, consigliabili in altri Fringillidi poiché risultano quasi sempre coccidiostatici interrompendo la moltiplicazione dei coccidi solo temporaneamente fintanto che dura il trattamento.

In questo il criterio della terapia della coccidiosi nei Passeriformi varia sensibilmente da quanto si verifica nel pollo. In quest’ultimo, infatti, si preferisce utilizzare farmaci coccidiostatici al fine di mantenere basso il livello enterico di coccidi e stimolare una certa immunità dell’organismo. Occorre, tuttavia, considerare che il pollo da carne ha una vita molto breve (spesso non più di 50 giorni) e la destinazione all’alimentazione umana di questi uccelli rende improponibile continui trattamenti con farmaci più aggressivi. Qualora si mirasse a mantenere un certo numero di coccidi in un allevamento di Fringillidi o altri uccelli si esporrebbero questi volatili al rischio di sviluppare la malattia nel caso in cui un qualsiasi evento stressante indebolisse il loro sistema immunitario. Sebbene alcune case produttrici di farmaci ad uso ornitologico invitino ad utilizzare ciclicamente prodotti anticoccidici al fine di prevenire la coccidiosi, tale pratica non è consigliabile in quanto i trattamenti anticoccidici andrebbero eseguiti solo in caso d’effettiva necessità (cioè in caso di diagnosi di coccidiosi certa) onde non correre il rischio di intossicare i propri uccelli con farmaci che, comunque, presentano un certo grado di tossicità.

Prevenire la coccidiosi.

La coccidiosi può essere facilmente prevenuta sottoponendo a quarantena gli uccelli appena acquistati, trattandoli opportunamente nel caso risultassero positivi all’esame parassitologico delle feci. E’ bene eseguire tale esame sia all’inizio del periodo di quarantena che al suo termine poiché se gli uccelli fossero stati trattati con sulfamidici nel periodo immediatamente precedente alla vendita l’esame risulterebbe facilmente negativo. Al fine di scongiurare possibili infezioni nei novelli è opportuno far eseguire il controllo parassitologico dei propri volatili almeno un paio di mesi prima della riproduzione ed al momento della muta dei novelli. Una griglia sul fondo della gabbia, impedendo il contatto degli uccelli con le loro feci, limita le possibilità di contagio nel caso in cui i coccidi siano presenti in alcuni soggetti. Qualche problema in più presentano gli indigeni allevati in voliere all’aperto giacché potrebbero venire in contatto con loro simili selvatici che costantemente albergano coccidi nel proprio intestino.

Dott. Gino Conzo, medico veterinario specialista in patologia aviare.