Giovedì 21 Marzo 2019
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Nel precedente articolo sul cardellino da canto in Campania ho tratteggiato, a grandi linee, i molti aspetti di quest’antica tradizione. Nei prossimi scritti intendo approfondire ciascuno di questi aspetti. In quest’articolo parlerò delle tecniche tradizionali per addestrare i novelli al canto.

In epoche in cui l’allevamento in cattività del cardellino era poco più che fantascienza, tutto si basava sull’utilizzo di soggetti selvatici, catturati in tenera età o prelevati dai nidi in natura. Di questo parlerò usando il passato ma è bene non far finta di ignorare che tale pratica è ancora diffusissima nella mia regione e costituisce anzi la stragrande parte dell’intero fenomeno.

Cercherò anche di delineare un paragone tra i risultati del metodo tradizionale con quelli recentemente ottenuti da quei bravi ma sparuti allevatori che stanno tentando la sola strada legalmente e moralmente legittima ossia l’utilizzo esclusivo di soggetti d’allevamento.

Chiunque possedesse un soggetto degno di essere chiamato maestro, con l’arrivo dell’estate, doveva occuparsi di reperire dei novelli da mettere a lezione. L’unico modo era rivolgersi ai bracconieri, per lo più nei mercati clandestini che si tenevano nei giorni festivi. Già in questa prima fase egli doveva far ricorso alla sua competenza per scegliere accuratamente gli esemplari più adatti allo scopo. I parametri da tenere in considerazione erano molteplici: la tenerissima età, la mansuetudine, la zona di provenienza ecc.

Per stabilire approssimativamente l’età di un novello ci si basava sul colore del becco che appariva uniformemente scuro in quelli più giovani. Anche quelle tipiche estensioni gialline presenti ai lati del becco e il fatto che non fosse ancora cominciata la muta delle piume che coprono le spalline erano rivelatori di tenera età. I soggetti più giovani venivano considerati migliori in quanto si riteneva che non avessero avuto modo di ascoltare diffusamente i conspecifici selvatici rimanendo , per così dire, vergini.

Tra tutti i soggetti ammassati nei ricevitori, ossia quelle gabbie di legno basse, chiuse su tutti lati meno quello superiore, andavano scelti quelli più mansueti. I migliori erano quelli che si alimentavano tranquillamente in presenza delle persone. Da scartare invece quelli che tentavano ostinatamente la fuga arrivando a lesionarsi la sommità del becco contro le sbarre.

Anche la zona di provenienza giocava la sua importanza in quanto, come è noto, il cardellino è un uccello abitudinario e tende a nidificare sempre nella stessa zona. Si vengono quindi a creare delle

micropopolazioni che sviluppano anche un proprio dialetto canoro. I vecchi competenti conoscevano le zone di nidificazione dei cardellini con i dialetti costituiti da quelle strofe maggiormente ricercate e ovviamente prediligevano questi ultimi ritenendoli più predisposti all’apprendimento del bel canto.

Scelti alcuni novelli, in genere in gruppi di 3 o 4 esemplari, dopo un breve periodo di ambientamento alla cattività da svolgersi ancora nel ricevitore, con i semi sparsi sul fondo e l’acqua nella classica cipolletta di terracotta, i soggetti venivano ingabbiati nella tipiche cinciarelle. Le piccole gabbiette in legno venivano poste in scaffali dove veniva poi creata una situazione di penombra e in, alcuni casi di buio totale. Sulla posizione da attribuire al maestro c’era divergenza di opinioni. Alcuni preferivano posizionarlo nel mezzo dello scaffale, ritenendo utile la stretta vicinanza coi novelli. Altri lo ponevano in alto, ad una certa distanza, per non correre il rischio che qualche novello più intraprendente potesse trasferirgli qualche suo difetto.

Anche sul periodo non c’era accordo unanime: vi era chi preferiva acquistare tutti i novelli a fine estate per sfruttare al meglio il maestro nella fase, quella immediatamente dopo la muta, in cui esso cantava sommessamente ma in maniera ritenuta molto convincente ai fini dell’insegnamento. Altri invece acquistavano i novelli in maniera scaglionata in modo che i primi, quelli di maggio, potessero “aiutare” il maestro con il loro canto giovanile e “portarsi dietro” quelli degli ultimi scaglioni. Era un po’ come se una maestra elementare si servisse degli alunni della quarta e della quinta classe per insegnare a scrivere a quelli della prima.

Una volta posizionati i novelli nello scaffale, già dopo circa 3 settimane, un orecchio allenato poteva rendersi conto di quali tra essi stavano seguendo il maestro e quali erano invece da scartare a priori. Infatti il primo verso che il maestro trasferisce agli allievi è l’accoglimento per cui, se un novello mostrava di averlo appreso, lasciava ben sperare sul prosieguo mentre, se il suo accoglimento era diverso da quello del maestro, con ogni probabilità esso non avrebbe imparato nulla per cui non valeva la pena di tenere quello spazio occupato e il soggetto veniva prontamente

rimpiazzato.

Verso la fine della muta, quando i novelli cominciavano  a verniare in maniera abbastanza comprensibile, essi venivano tolti dallo scaffale e posti singolarmente, ad una certa distanza gli uni dagli altri, per dar loro modo di svilupparsi secondo il proprio talento senza influenze negative. In questa fase essi potevano continuare a sentire il maestro che, nel frattempo, si esprimeva con un canto via via più forte.

A questo punto la dedizione dell’appassionato alla sua classe di allievi si faceva molto più intensa. Ogni giorno egli doveva dedicare del tempo all’ascolto di ciascun soggetto per prevenire il diffondesi di eventuali difetti che un allievo potesse esprimere. Al minimo sbaglio il soggetto doveva essere allontanato dagli altri. C’è da dire che tutto questo lavoro, seppur necessario, non garantiva il risultato finale, ad es. si sentiva dire spessissimo che  il tal soggetto era stato scartato perchè aveva manifestato un difetto e poi, una volta finito nelle mani di qualche personaggio minore per pochi soldi, si era sviluppato perdendo il difetto e diventando un grande cantore. Viceversa, un soggetto che si era sempre distinto per la sua pulizia e diligenza, su cui il competente aveva riposto grandi speranze senza mai cedere alle offerte di acquisto, si era poi perso miseramente all’ultimo momento mandando in fumo un anno di lavoro.

Tutto ciò per dire che la scelta di scartare un giovane non era sempre facile e poteva rivelarsi un errore di cui l’autore poteva restare pentito per anni.

I migliori competenti erano quelli in grado di prevedere, fin dalle prime fasi del canto giovanile, dove sarebbe andato a parare un novello una volta diventato adulto. Vi erano personaggi talmente bravi in quest’arte che usavano girare per le case dei competenti acquistando come scarti dei soggetti che poi si rivelavano buoni cantori. Era tutta una questione di sensibilità ed esperienza.

Importanza fondamentale, come già accennato nel primo articolo, rivestiva la qualità del finale che, molto spesso, con l’arrivo dell’estro amoroso, mutava rapidamente trasformando una grande promessa in un mediocre cantore. A tal proposito si sentiva spesso dire, per esaltare un soggetto, “questo fa un finale che non si modificherà col tempo”.

Per tutti questi motivi un cardellino giovane non assumeva un certo valore prima che fosse in pieno estro amoroso o, meglio ancora, prima della seconda muta.

Alla fine dell’addestramento, verso il mese di maggio, ci si riteneva soddisfatti se si era riusciti a produrre uno o due soggetti paragonabili al maestro. Nei casi più fortunati ci si poteva ritrovare con un giovane migliore del maestro, in quel caso lo si sarebbe affiancato a quest’ultimo nella stagione successiva.

Ciò che ho descritto è il procedimento “base” che veniva utilizzato tradizionalmente prescindendo dall’uso di mezzi tecnologici (audiocassette e cd) di cui tratterò in un prossimo articolo.

Chi scrive, insieme ad altri appassionati di canto, sta tentando ,da qualche anno, di rinnovare questa tradizione mantenendosi all’interno della legalità utilizzando esclusivamente soggetti nati in allevamento. A dispetto di quanto un profano possa immaginare l’uso di soggetti di allevamento non facilita affatto le cose. Difatti, se da un lato il cardellino nato in cattività si dimostra relativamente più docile, dall’altro esso ha perso gran parte della sua istintualità. Il suo stesso patrimonio ereditario è certamente meno puro di quello dei selvatici che discendono da generazioni di cardellini appartenenti alla stessa popolazione  e che cantano col medesimo dialetto. Il cardellino nato in gabbia è, in genere, il frutto di accoppiamenti assortiti con criteri perlopiù estetici, senza nessun riguardo per la sottospecie di appartenenza. Inoltre il frequente uso di balie o la semplice coabitazione di diverse specie di fringillidi nel ristretto ambito di un allevamento domestico, hanno a poco a poco snaturato i versi tipici della specie in favore di un canto alquanto spurio. E’ chiaro che, partendo da simili presupposti, risulta estremamente difficile creare dei cantori in grado di eguagliare i maestri di provenienza selvatica.

Difficile ma, a mio parere, non impossibile!

Occorre però dedicare inderogabilmente il proprio allevamento a questo unico scopo, bandendone completamente i canarini e i soggetti che non possiedano già un imprinting da perfetto cardellino.

Non potendo inizialmente disporre di un maestro selvatico per ovvi motivi legali, proporrei il seguente schema: 4 o 5 coppie al massimo, meglio se con un solo o due maschi ballerini esenti da gravi difetti nel canto e allontanati dopo la fecondazione. Un incardellato ottimo cantore tenuto nell’allevamento durante tutte le fasi della riproduzione, che giocherà un ruolo decisivo nell’imprintare i novelli con i fraseggi desiderati. Utilizzare ,negli anni, soltanto maschi e femmine del proprio allevamento, l’inserimento di sangue estraneo può risultare molto rischioso. Dopo tre o quattro anni, procedendo in questo modo e scartando subito gli individui inadeguati, si sarà ricreata artificialmente una popolazione di cardellini omogenea geneticamente e dialettalmente che costituirà una buona base per tentare di produrre qualche buon cantore. A questo punto i novelli da destinare al canto dovrebbero essere isolati dal resto dell’allevamento e trattati ricalcando grosso modo il procedimento tradizionale già esposto. Consiglierei però l’uso di gabbie più spaziose se non altro per dar modo ai novelli di sviluppare la muscolatura che i conspecifici selvatici hanno modo di esercitare volando e che riveste un importante ruolo per la potenza sonora dei futuri cantori.

La strada suggerita è senz’altro in salita ma, alla luce delle mie esperienze personali è l’unica percorribile se si ambisce ad eguagliare i risultati ottenuti da generazioni di appassionati  coi soggetti di cattura.

Alessandro Marseglia